Categoria: Anglani

I “Pupazzi di pioggia” in libreria, trent’anni dopo Calvino

Gen­ti­li let­tri­ci e let­to­ri, sia­mo lie­ti di annun­cia­re l’uscita del deci­mo libro di For­me­bre­vi: Pupaz­zi di piog­giadi Bar­to­lo Angla­ni. Per lun­go tem­po lon­ta­no dal pub­bli­co, oggi è dispo­ni­bi­le in una bel­lis­si­ma veste gra­fi­ca. Buo­na let­tu­ra!

La tra­ma
Cin­que per­so­nag­gi – un Signo­re Irre­quie­to, un mag­gior­do­mo chia­ma­to Doma­ni, una Signo­ra Gras­sa, un Com­men­da­to­re Distrat­to, un Gio­va­ne Timi­do – si imbar­ca­no per un viag­gio di pia­ce­re e di avven­tu­ra su una nave gui­da­ta da un Capi­ta­no e gover­na­ta da un mari­na­io di nome Per­fet­to Imbe­cil­le. Ma il pia­ce­re e le avven­tu­re non ven­go­no, per­ché un Impie­ga­to dell’Agenzia Viag­gi ha truc­ca­to l’itinerario e con le sue stra­ne istru­zio­ni costrin­ge la nave ad erra­re sui mari. I per­so­nag­gi si rifu­gia­no allo­ra nel rac­con­to di avven­tu­re imma­gi­na­rie. Ma, appro­da­ti su una costa sco­no­sciu­ta, dopo aver sco­per­to che i per­so­nag­gi del rac­con­to inven­ta­to – il Re Incer­to VII e sua moglie la Regi­na Giu­bi­lo­sa, insie­me con mol­ti altri più o meno secon­da­ri – esi­sto­no dav­ve­ro, fini­sco­no per rima­ne­re impli­ca­ti nel­le loro sto­rie.

Ascol­ta un estrat­to


Di segui­to, è pos­si­bi­le leg­ge­re un bra­no trat­to dal­la post­fa­zio­ne:

Tren­ta per fare cifra ton­da. A con­tar­li, qual­cu­no di più. Comin­ciai a com­por­re i Pupaz­zi di piog­gia all’inizio degli anni Ottan­ta. In quell’epoca si scri­ve­va a mano, si bat­te­va a mac­chi­na, si cor­reg­ge­va il dat­ti­lo­scrit­to, si ribat­te­va… In cer­te ore del gior­no e soprat­tut­to del­la not­te non si pote­va lavo­ra­re per non distur­ba­re vici­ni e fami­lia­ri con il tic­chet­tìo dei tasti. Ave­vo ten­ta­to alcu­ni roman­zi, pri­ma d’allora, e dopo aver ste­so un paio di capi­to­li per cia­scu­no mi ero sem­pre fer­ma­to. Ogni vol­ta mi ren­de­vo con­to che le pagi­ne scrit­te non ave­va­no alcun sen­so rico­no­sci­bi­le ed era­no zep­pe di cita­zio­ni di altri roman­zi, di imi­ta­zio­ni, di orec­chia­men­ti. Evi­den­te­men­te non ero ido­neo a crea­re un roman­zo vero e pro­prio. Dopo tre o quat­tro fal­li­men­ti, mi ven­ne da pen­sa­re che tan­to vale­va trar­re par­ti­to da quei difet­ti, rove­scian­do­li in oppor­tu­ni­tà, e imma­gi­nai un roman­zo che non solo non ave­va alcun sen­so ma si van­ta­va qua­si di non aver­ne ed era costrui­to per gran par­te con cita­zio­ni, diret­te o indi­ret­te, da roman­zi, rac­con­ti, rifles­sio­ni altrui. Visto che non ero capa­ce di usci­re dai luo­ghi comu­ni, tan­to vale­va intrec­cia­re una spe­cie di sot­ti­sier che non si ver­go­gna­va di esse­re tale. In un émpi­to di autoe­sal­ta­zio­ne feci il mio , ossia rac­con­tai l’incapacità di scri­ve­re e anzi di pro­get­ta­re un roman­zo nel pie­no signi­fi­ca­to del­la paro­la in cui acca­des­se­ro fat­ti, si muo­ves­se­ro per­so­nag­gi vero­si­mi­li e il rac­con­to arri­vas­se dopo qual­che peri­pe­zia a una qual­che con­clu­sio­ne. Tut­to si muo­ve­va nel gro­vi­glio di una nostal­gia inap­pa­ga­ta per un mon­do in cui le sto­rie era­no sta­te sto­rie, i per­so­nag­gi era­no sta­ti per­so­nag­gi, i roman­zi ave­va­no avu­to un ini­zio, uno svol­gi­men­to e una con­clu­sio­ne. Ave­vo tra­scor­so le miglio­ri ore del­la mia vita, fin da bam­bi­no, immer­so nel­le gran­di sto­rie dei gran­di scrit­to­ri, e non riu­sci­vo a capi­re per­ché improv­vi­sa­men­te quel mon­do si fos­se per­du­to e nes­su­no più fos­se capa­ce di ripro­dur­re quei mira­co­li. Nes­sun nuo­vo Ste­ven­son, nes­sun nuo­vo Mark Twain mi sti­mo­la­va­no ormai a per­der­mi in una sto­ria fino a non per­ce­pi­re lo scor­re­re del tem­po. Un pro­ver­bio dice che a tavo­la non s’invecchia, ma io ho sem­pre sapu­to che è leg­gen­do che non si invec­chia per­ché duran­te la let­tu­ra − a pat­to che essa sia capa­ce di coin­vol­ge­re la tota­li­tà dell’essere − il tem­po si fer­ma e anzi a vol­te arre­tra, e alla fine del libro il let­to­re è diven­ta­to più gio­va­ne e cer­te vol­te è ridi­ven­ta­to bam­bi­no.
L’idea del tito­lo mi fu sug­ge­ri­ta da una vignet­ta di Schulz in cui l’infernale Lucy chie­de­va non ricor­do più a qua­le del­le sue vit­ti­me: «Hai mai pro­va­to a fare un pupaz­zo di piog­gia?» Mi ven­ne in men­te che la crea­zio­ne di per­so­nag­gi veri o vero­si­mi­li era un’operazione tal­men­te dif­fi­ci­le da poter esse­re descrit­ta con quell’immagine: fare un pupaz­zo di piog­gia. Tut­ti son bra­vi a fare un pupaz­zo di neve: ma di piog­gia? Inca­pa­ce com’ero di fab­bri­ca­re veri pupaz­zi di piog­gia, avrei rac­con­ta­to la sto­ria di per­so­nag­gi riu­sci­ti a metà. Un bel gior­no les­si il ban­do del pri­mo pre­mio Cal­vi­no. Con Ita­lo Cal­vi­no ave­vo avu­to un bre­ve rap­por­to per l’edizione del­le ope­re di Giam­ma­ria Ortes, ma ave­vo rite­nu­to poco fine appro­fit­ta­re di quel­la cono­scen­za acca­de­mi­ca per amman­nir­gli la let­tu­ra del mio roman­zo. Ero anche inti­mo­ri­to del fat­to che Cal­vi­no, in un arti­co­lo appar­so sul­la «Repub­bli­ca» (e ora com­pre­so nel­la rac­col­ta del­le sue ope­re) mi ave­va descrit­to, sen­za aver­mi mai incon­tra­to di per­so­na, come una spe­cie di eru­di­to appas­sio­na­to di scar­ta­fac­ci. E poi, pen­sa­vo, chis­sà quan­ti pac­chi di fogli rice­ve ogni gior­no da aspi­ran­ti roman­zie­ri! Per­ché aggiun­ge­re la mia tor­tu­ra alle altre? Dopo qual­che mese il gran­de scrit­to­re ven­ne a man­ca­re e il pro­ble­ma si risol­se bru­tal­men­te e per sem­pre. Ma, quan­do sep­pi del con­cor­so inti­to­la­to a Cal­vi­no, deci­si di par­te­ci­pa­re con i miei Pupaz­zi, che ina­spet­ta­ta­men­te entra­ro­no in fina­le, con altri undi­ci roman­zi, ma non ebbe­ro il pre­mio per­ché quell’anno la giu­ria deci­se di non asse­gnar­lo. Così rima­si vin­ci­to­re ex aequo in una com­pa­gnia piut­to­sto nume­ro­sa.

Un’immagine di Ita­lo Cal­vi­no

Alcu­ni edi­to­ri, incu­rio­si­ti, vol­le­ro leg­ge­re l’opera e dopo qual­che mese mi rispo­se­ro tut­ti di non poter­lo pub­bli­ca­re. Alcu­ni sen­ten­zia­ro­no che il roman­zo era deci­sa­men­te brut­to e incom­pren­si­bi­le, e mi con­si­glia­ro­no di rinun­cia­re defi­ni­ti­va­men­te alla let­te­ra­tu­ra; altri tro­va­ro­no lo scrit­to bel­lis­si­mo, argu­to, iro­ni­co, intel­li­gen­te ma, quan­to a pub­bli­car­lo, affer­ma­ro­no dolen­ti che non rien­tra­va nei pro­gram­mi e nel pro­fi­lo del­la casa edi­tri­ce. Nes­su­no lo defi­nì un’opera media e deco­ro­sa che con qual­che ritoc­co edi­to­ria­le sareb­be potu­to diven­ta­re accet­ta­bi­le: o por­che­ria o capo­la­vo­ro, sen­za mez­zi ter­mi­ni. Tut­ti però si accor­da­va­no nel decre­ta­re che era impos­si­bi­le pub­bli­car­lo.

 

L’autore

Bar­to­lo Angla­ni è sta­to docen­te di let­te­ra­tu­re com­pa­ra­te all’Università di Bari, e in tale veste ha pub­bli­ca­to nume­ro­si volu­mi e sag­gi di cri­ti­ca. Per tut­ta la vita ha col­ti­va­to la scrit­tu­ra let­te­ra­ria. Ha com­po­sto e visto anda­re in sce­na due com­me­die. Nel 2014 ha pub­bli­ca­to la rac­col­ta di rac­con­ti Cen­to modi per mori­re con l’editore Sti­lo di Bari. Il roman­zo Pupaz­zi di piog­gia entrò in fina­le al pri­mo Pre­mio Cal­vi­no. L’autore si è deci­so a pub­bli­car­lo dopo più di trent’anni.

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