Categoria: Formebrevi

La “brevitas” come stile. Intervista a Giovanni Duminuco sul progetto Formebrevi

Ripor­ti­amo qui di segui­to un’intervista a Gio­van­ni Dumin­u­co, coor­di­na­tore del prog­et­to edi­to­ri­ale Forme­bre­vi, a cura di Mau­r­izio Cor­ra­do apparsa sul blog di Repub­bli­ca l’Architetto nel­la Fores­ta.

Bre­vi­tas come con­ci­sione e preg­nan­za, mas­si­mo sig­ni­fi­ca­to e mas­si­ma sin­tetic­ità. Questo è lo stile di Forme­bre­vi, un edi­tore sicil­iano che ha scel­to un par­ti­co­lare modo di fare sosteni­bil­ità, ce ne par­la Gio­van­ni Dumin­u­co, in un’intervista che va da Fed­eri­co II alla strana lin­gua dei sicil­iani.

  Chi è, oggi, Gio­van­ni Dumin­u­co.
Ho 37 anni, vivo e lavoro in Sicil­ia. Ho una lau­rea in filosofia e diverse spe­cial­iz­zazioni. Da cir­ca dieci anni mi occupo di for­mazione. Dal set­tem­bre 2015 diri­go il prog­et­to edi­to­ri­ale Forme­bre­vi Edi­zioni.

Com’eri da bam­bi­no?
Ero un bam­bi­no curioso. Sco­prii la let­tura in gio­vane età, com­plice la vic­i­nan­za con la bib­liote­ca comu­nale. Con il pas­sare degli anni diven­tai un grande fre­quen­ta­tore di quel luo­go. Furono anni nei quali com­pre­si del potere rac­chiu­so in quelle forme impolver­ate.

Come vor­resti essere da vec­chio?
Come colui che non ha mai smes­so di guardare al pre­sente.

Come definiresti la tua scrit­tura?
Vivo la scrit­tura come una costante prat­i­ca di ricer­ca. Scri­vere è pri­ma di tut­to adden­trar­si in una prospet­ti­va di rif­les­sione che coin­volge sé stes­si ed il rap­por­to con la lin­gua e il mon­do. La scrit­tura è pen­siero quo­tid­i­ano, qual­cosa che se ce l’hai den­tro non ti abban­dona, anche quan­do scegli di non scri­vere. Scri­vo prin­ci­pal­mente poe­sia, in una pri­ma fase in ver­si, poi rac­chiusi in un uni­co bloc­co di prosa: questo mi da la pos­si­bil­ità di lavo­rare con estrema pre­ci­sione sia sul­la com­pat­tez­za del testo, che sul rit­mo del­la paro­la. Scri­vo da sem­pre seguen­do ques­ta prat­i­ca, forse per­ché non ho mai apprez­za­to la facil­ità con la quale molti scel­go­no di andare a capo. C’è una grande respon­s­abil­ità nel fare la poe­sia.

Ho nota­to che gli scrit­tori sicil­iani, D’Arrigo, Con­so­lo, Camil­leri, solo per citarne alcu­ni, ten­dono a non usare l’italiano che ci arri­va dal­la Toscana, ci stan­no stret­ti? O la scuo­la sicil­iana di Fed­eri­co II non si è anco­ra spen­ta?
La ques­tione del­la lin­gua è un argo­men­to che in Sicil­ia non si è mai esauri­to. Il sicil­iano è una lin­gua com­p­lessa e arti­co­la­ta, con alcune sfu­ma­ture impos­si­bili da tradurre nell’italiano di matrice toscana, trac­ce di pas­sag­gi che tes­ti­mo­ni­ano la com­p­lessità cul­tur­ale e lin­guis­ti­ca del­la mia ter­ra. Tale com­p­lessità si riper­cuote nel­la let­ter­atu­ra e nell’arte in genere: è come sen­tir­si stret­ti den­tro un mod­el­lo che non ti appar­tiene total­mente, non nel sen­so di un ripu­dio del­lo stes­so, quan­to del suo supera­men­to attra­ver­so un’apertura alla ricer­ca di una lin­gua altra, con­t­a­m­i­na­ta.

Per­ché nasce Forme­bre­vi?
Forme­bre­vi è un prog­et­to edi­to­ri­ale nato nel 2015 con lo scopo di creare un grup­po di stu­dio inter­es­sato ad un par­ti­co­lare tipo di scrit­tura in lin­ea con il con­cet­to di bre­vi­tas. I nos­tri inter­es­si con­vergevano in quel­la che comune­mente viene chia­ma­ta ricer­ca let­ter­aria, ma che a noi piace definire scrit­ture non con­ven­zion­ali aperte alla ricer­ca. Tut­to ciò si tra­duce nel rig­ore del­la traspo­sizione lin­guis­ti­ca e del­la ricer­ca sul­la paro­la.

Pochi lib­ri nell’arco di un anno. Bre­vi, nel sen­so di essen­ziali.

Come scegli­ete gli autori da pro­porre?
Rice­vi­amo quo­tid­i­ana­mente diverse pro­poste di pub­bli­cazione, ma il più delle volte, anche se si trat­ta di lavori inter­es­sati, siamo costret­ti a rifi­u­tar­le. I lib­ri che scegliamo di pub­bli­care sono il frut­to di attente e med­i­tate let­ture, di con­tinui ritorni sulle pagine, di un par­ti­co­lare lavoro sul­la paro­la.

Cosa vuol dire fare lib­ri in Sicil­ia oggi?
Sig­nifi­ca pri­ma di tut­to lavo­rare in una ter­ra sol­ca­ta da gigan­ti del­la let­ter­atu­ra. Questo rende il per­cor­so edi­to­ri­ale un’impresa car­i­ca di una respon­s­abil­ità non indif­fer­ente. Siamo molto atten­ti alla qual­ità dei testi, indipen­den­te­mente dal luo­go di prove­nien­za degli stes­si. Le strade del­la comu­ni­cazione telem­at­i­ca han­no decen­tra­to i luoghi di pro­duzione e fruizione: ognuno è anche altrove e di questo ne pren­di­amo atto.

Ci par­la molto di sosteni­bil­ità, c’è una relazione con il vostro modo di lavo­rare?
Mi piace molto l’idea che i lib­ri di Forme­bre­vi siano sosteni­bili: ognuno di loro è parte di un prog­et­to che con il tem­po com­in­cia a divenire più inter­es­sante. Tra i nos­tri lib­ri vige un sen­so di respon­s­abil­ità, che si tra­duce non solo nel totale rein­ves­ti­men­to dell’eventuale rica­va­to dalle ven­dite di un libro per coprire le spese di stam­pa e dis­tribuzione del libro suc­ces­si­vo, ma nel legame di co-apparte­nen­za che unisce i lib­ri e gli autori che fan­no parte del nos­tro prog­et­to.

Cre­di che sia impor­tante la comu­ni­cazione per dif­fondere il vostro mes­sag­gio? E come andrebbe svilup­pa­ta?
La comu­ni­cazione è alla base di qual­si­asi proces­so cre­ati­vo. Per quan­to ci riguar­da, curi­amo molto l’aspetto comu­nica­ti­vo, a par­tire dal­la veste grafi­ca delle cop­er­tine dei nos­tri lib­ri, al sito web. Non ci piace molto la ten­den­za che si è fat­ta stra­da negli ulti­mi anni: il dire a tut­ti i costi, rac­con­tare qual­cosa pur di riem­pire pagine di rifer­i­men­tial fine di essere indi­ciz­za­ti o posizionati meglio sui motori di ricer­ca. Certe cose non pos­sono essere urlate. Un libro è qual­cosa che va scop­er­to, cer­ca­to. La comu­ni­cazione che priv­i­le­giamo mette in pri­mo piano il rap­por­to diret­to con i let­tori, con le librerie cui affidi­amo le nos­tre pub­bli­cazioni, gli  incon­tri e le pre­sen­tazioni che ci vedono pro­tag­o­nisti. Vogliamo che il libro ritorni ad essere stru­men­to di dial­o­go e con­fron­to, non un prodot­to da esporre o dietro il quale nascon­der­si per apparire meno soli