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Tre lune in attesa”, di Alfonso Lentini. Presentazione alla Colophonarte di Belluno

Mer­coledì 28 novem­bre 2018 nel­la sede del­la Colophonarte di Egidio Fior­in (via Torricelle,1) dalle ore 17.30, a cura di Ser­e­na Dal Bor­go, sarà pre­sen­ta­to il libro “Tre lune in atte­sa” di Alfon­so Lenti­ni.

È lo sce­nario dolomiti­co il prin­ci­pale pro­tag­o­nista del nuo­vo libro di Alfon­so Lenti­ni, “Tre lune in atte­sa”, vinci­tore del pre­mio let­ter­ario Forme­bre­vi e arriva­to in questi giorni in libre­ria.

Si trat­ta di un vol­ume di pic­co­lo for­ma­to, cinquan­taquat­tro pagine di rac­con­ti bre­vi o bre­vis­si­mi, fra i quali risaltano quel­li ded­i­cati al pae­sag­gio dolomiti­co che l’autore, di orig­ine sicil­iana, ha ormai inte­ri­or­iz­za­to viven­do da molti anni a Bel­luno.

In “Tre lune in atte­sa”, però, non c’è spazio per immag­i­ni da car­toli­na. Le Dolomi­ti di questo libro appaiono e scom­paiono, diven­tano sfon­do di even­ti oniri­ci e sur­re­ali, e rap­p­re­sen­tano una realtà fri­abile, can­giante, imprendibile; sono alle­gorie “aperte” che spi­az­zano il let­tore e lo proi­et­tano in una dimen­sione vision­ar­ia dove il con­fine fra reale e irreale si fa incer­to. Così pos­si­amo imbat­ter­ci nel monte Ante­lao (“det­to anche il Re”), che viene taglia­to in cubet­ti e trasporta­to in Africa con un per­cor­so che richia­ma, ma all’incontrario, i flus­si migra­tori umani; oppure pos­si­amo leg­gere di mon­tagne che ven­gono uccise con un solo colpo di pis­to­la da un mis­te­rioso killer; oppure anco­ra avere notizia del monte Pel­mo che, “por­ta­to via in fret­ta e furia da ignoti” con­tin­ua tut­tavia ad essere vis­i­bile, ma è diven­ta­to “traspar­ente, come tutte le cose vere”, sot­to lo sguar­do sornione delle “tre lune” che dan­no tito­lo alla rac­col­ta. E infine: sape­vate che le cime del monte Cristal­lo si pos­sono rag­giun­gere a nuo­to?

L’immagine di cop­er­ti­na, real­iz­za­ta per Forme­bre­vi dall’artista Enzo Pat­ti

In queste sor­pren­den­ti inven­zioni nar­ra­tive che par­lano di mon­tagna ma anche di mare, di ambi­en­ti mediter­ranei e molti luoghi fan­tas­ti­ci, è evi­dente l’influenza di autori vision­ari e irre­go­lari, quel­li che amano rap­p­re­sentare la realtà defor­man­dola e trasfor­man­dola, pri­mo fra tut­ti Dino Buz­za­ti, alla cui val­oriz­zazione Lenti­ni si ded­i­ca da tem­po.

Nati in gran parte dal­la col­lab­o­razione con il quo­tid­i­ano di scrit­ture online “Il Cuc­chi­aio nell’Orecchio”, i testi rac­colti in questo libro ten­dono a sin­toniz­zare la scrit­tura con le pul­sazioni del cor­po, del­la mente e del respiro, con l’intento di lib­er­ar­la dal­la “gab­bia” del­la pag­i­na tradizionale alla ricer­ca di anom­alie, extra­sis­toli, sbi­lan­ci­a­men­ti e met­ten­do in cir­co­lo la mas­si­ma lib­ertà espres­si­va. Lenti­ni è infat­ti da sem­pre impeg­na­to in una ricer­ca che spazia dal­la scrit­tura alle arti visive pas­san­do attra­ver­so la poe­sia visi­va e la sper­i­men­tazione artis­ti­ca più aper­ta. Fra i suoi lib­ri: “Pic­co­lo inven­tario degli spec­chi” (pre­fazione di Anto­nio Cas­tron­uo­vo, Stam­pa Alter­na­ti­va, 2003), “Un bel­lunese di Patag­o­nia” (Stam­pa Alter­na­ti­va, 2004), “Cen­to madri” (vinci­tore del pre­mio “Cit­tà di For­lì”, post­fazione di Pao­lo Ruf­fil­li, Fos­chi, 2009), “Lumi­nosa sig­no­ra” (post­fazione di Anto­nio Pane, Pagli­ai 2011), “Ille­gali vene” (pre­fazione di Euge­nio Lucrezi, Eureka/Edizioni, 2015).

 

Aggior­na­men­to

Le immag­i­ni dell’evento

Premio letterario Formebrevi — Seconda Edizione. Le immagini

Premiazione Premio Formebrevi 2018

Ser­a­ta piena di entu­si­as­mo, leture ed emozioni quel­la che si è tenu­ta alla sala degli ora­tori di palaz­zo Mon­ca­da a Cal­tanis­set­ta, in occa­sione del­la cer­i­mo­nia di pre­mi­azione del­la sec­on­da edi­zione del Pre­mio Let­ter­ario Forme­bre­vi. Alla cer­i­mo­nia era­no pre­sen­ti gli autori pre­miati, Maria Lo Con­ti, Eliana Ior­fi­da e Alfon­so Lenti­ni, l’assessore alla Cre­ativ­ità e Parte­ci­pazione del Comune di Cal­tanis­set­ta, Arch. Pasquale Tor­na­tore, i ragazzi dell’Associazione “Tra le righe” e i parte­ci­pan­ti alla pri­ma gior­na­ta di for­mazione incen­tra­ta su let­tura e scrit­tura cre­ati­va, tenu­tasi giorno 26 otto­bre nel­lo stes­so luo­go. Il pub­bli­co ha parte­ci­pa­to atti­va­mente alla pre­mi­azione, dan­do vita a momen­ti di inter­azione e dial­o­go con gli autori e facen­do emerg­ere l’importanza del­la let­tura quale stru­men­to di cresci­ta cul­tur­ale e sociale.
Ecco alcune immag­i­ni del­la pre­mi­azione.

Alessandro Ghignoli, Lenta strana cosa

Lenta Strana Cosa di Alessan­dro Ghig­no­li è la dodices­i­ma opera pub­bli­ca­ta dall’Associazione Forme­bre­vi nel suo prog­et­to di ricer­ca delle qual­ità let­ter­arie non con­ven­zion­ali che prende il nome di Forme­bre­vi Edi­zioni.

In ques­ta sua opera l’autore ci pre­sen­ta una scrit­tura in prosa che cat­tura la molteplic­ità del divenire, la plu­ral­ità che voci che abi­ta il per­son­ag­gio e le sue rap­p­re­sen­tazioni, l’altro-da-sé che si con­cretiz­za nelle relazioni tra i moltepli­ci logos del­la for­ma dia­log­i­ca. Ma non è la log­i­ca lin­eare a dettare il susseguir­si degli even­ti, ma una cir­co­lar­ità com­p­lessa che ci invi­ta ad osser­vare le cose da pun­ti di vista dif­fer­en­ti, a par­tire da noi stes­si quali sogget­ti che osser­vano, per arrivare a noi stes­si quali ogget­to dell’osservazione: come un sog­no che si ripete, sem­pre lo stes­so, un epi­l­o­go già vis­su­to e conosci­u­to, eter­na repli­ca mai con­suma­ta.

Scrive l’autore:  «Non cre­do nel­la sto­ria, nel fluire lin­eare degli accadi­men­ti, nel loro svol­ger­si nat­u­rale, nell’azione con­cate­na­ta, nei gesti che nascono da altri gesti. Ho sem­pre pen­sato che il vivere non sia una nar­ra­ti­va, ma un susseguir­si di piani su piani su piani sovrap­posti, forse così andrebbe let­to Lenta strana cosa. Non è un roman­zo su di me, non è me, è tut­ti gli altri me, i per­son­ag­gi che abi­tano il per­son­ag­gio, il loro dis­cor­rere, il loro scor­rere tra pen­sieri e inci­ampi e parole las­ci­ate al let­tore, e quelle non scritte, mai dette, las­ci­ate al let­tore, las­ci­ate tra ‘Pro­l­o­go’ ed ‘Epi­l­o­go’; in quel­lo spazio, che man­ca ed è, altri piani altri dire. Lì, c’è la scrit­tura, se di scri­vere si trat­ta, se scri­vere è ricostru­ire il mon­do nei mon­di, con le parole oltre ogni anco­ra».

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L’autore

Alessan­dro Ghig­no­li (Pesaro 1967), ha pub­bli­ca­to in prosa Silen­zio rosso (2003) e in poe­sia La prossi­ma impronta (1999), Fab­u­losi par­lari (2006), Amarore (2009) Pre­mio Loren­zo Mon­tano 2010, La trasmu­tan­za (2014) e diverse mono­grafie sul­la let­ter­atu­ra e sul­la traduzione, ricor­diamo Un diál­o­go trans­poéti­co. Con­flu­en­cias entre poesía españo­la e ital­iana (1939–1989) (2009), La comu­ni­cazione in poe­sia. Aspet­ti com­par­a­tivi nel Nove­cen­to spag­no­lo (2013), La pal­abra ilusa. Transcod­i­fi­ca­ciones de van­guardia en Italia (2014). Ha cura­to e tradot­to volu­mi di poeti spag­no­li e ispanoamer­i­cani, tra i quali José Hier­ro, Luis Gar­cía Mon­tero, Juan Gel­man e Hugo Muji­ca. Col­lab­o­ra con riv­iste acca­d­e­miche, ed è docente uni­ver­si­tario.

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Vito Giuliana, Rosso colore di rosa carnale

La poe­sia è stru­men­to di paro­la. Paro­la che induce ad aprire, scav­are den­tro le cose, nel loro riv­e­lar­si al poeta attra­ver­so il suo dire; paro­la che è alter­ità, for­ma e muta­men­to, aper­tu­ra che riv­ela. Rosso col­ore di rosa car­nale è un viag­gio attra­ver­so la paro­la nel suo far­si muta­men­to, a par­tire dal nome che seg­na dal prin­ci­pio il pro­cedere del­la scrit­tura: è il tem­po che scorre la sostan­za che per­mea l’opera di Giu­liana, l’inesorabile mutare, nel ten­ta­ti­vo del­la paro­la di accedere all’immagine dis­chiusa, tra i det­tagli del­la mate­ria che il poeta rielab­o­ra nel­la fun­zione dell’agire liri­co. Già a par­tire dal tito­lo dell’opera, un ende­casil­l­abo per­fet­to, il poeta invi­ta il let­tore ad adden­trar­si in un uni­ver­so solo appar­ente­mente costru­ito in prosa, una dire che invo­ca ed esplo­ra le forme del­la poe­sia. Da diver­so tem­po, con il prog­et­to edi­to­ri­ale Forme­bre­vi abbi­amo avvi­a­to un per­cor­so di ricer­ca di quelle che ci piace chia­mare scrit­ture non con­ven­zion­ali, pro­prio per­ché non il lin­ea con il sen­tire comune: non è il con­teni­tore a fare il con­tenu­to; è del dire poet­i­co che bisogna par­lare, quan­do si par­la di poe­sia, al di là dal­la for­ma che questo assume, e con la sua opera Giu­liana incar­na pien­amente questo con­cet­to, alter­nan­do all’immagine sta­t­i­ca del­la prosa la dimen­sione del ver­so poet­i­co, a par­tire dalle rime interne, in un gio­co di riman­di e incro­ci, suoni e rit­mi del­la ver­sif­cazione, un andare oltre che il poeta riv­ela, al di là del fsso e immutabile cristal­liz­zarsi nel­la for­ma, in un elo­gio del can­to di un io liri­co aper­to al dis­ve­la­men­to. Ci piace pen­sare all’opera di Vito Giu­liana come a una cel­e­brazione del­la paro­la poet­i­ca nel suo vestir­si di prosa, poe­sia che è lì nel bloc­co geo­met­ri­co del testo che s’agita al rumore delle immag­i­ni, a vol­ere sveg­liare il son­no pro­fon­do del­la musa, invo­ca­ta e ama­ta, paro­la che descrive una for­ma in divenire, nel suo far­si altro dall’immobile: «nell’ondeggiare, nel tuo muto cantare, nel ven­to pet­tinare su fon­da auro­ra di foglie, sul confne d’un blu che pre­lude alla notte». È nel­la pos­si­bil­ità del­la paro­la di rac­cogliere tale cam­bi­a­men­to che il poeta rin­viene il nucleo del­la poe­sia, la sua instan­ca­bile lita­nia, il  mutare delle cose in un «nero not­turno di spine».
Paro­la che ci invi­ta a riflet­tere, adden­trar­ci tra le pos­si­bil­ità che ogni pen­siero o ricor­do pro­duce.

(Dal­la post­fazione al libro, a cura di Gio­van­ni Dumin­u­co)

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L’autore

Vito Giu­liana nasce a Cam­po­bel­lo di Lica­ta (AG) nel 1952. Si lau­rea in let­tere mod­erne all’Università di Pavia. Dal 1960 vive a Vigevano,  dove ha inseg­na­to materie let­ter­arie in un isti­tu­to tec­ni­co. E’ sta­to redat­tore del­la riv­ista di ricer­ca let­ter­aria Anterem di Verona. Ha pub­bli­ca­to testi di poe­sia e di prosa poet­i­ca sulle seguen­ti riv­iste: Alfa­be­ta, Tem­po sen­si­bile, Alla bot­te­ga, Schema, Anterem. Suoi testi sono usci­ti in diverse antolo­gie. Ha pub­bli­ca­to i volu­mi Atlante (Cor­po 10, Milano, 1990), Di altre geografie (Anterem, Verona, 1990), Cat­a­l­o­go (Anterem, Verona, 1992), Lunario (El bagatt, Berg­amo, 1993); Mirabil­ia (Man­ni, Lec­ce, 2000); Sta­ti in luo­go (Book, Bologna, 2000); Paroli a lu vien­tu  (Edi­zioni Isti­tu­to di Cul­tura Popo­lare, Cian­ciana, 2004); La fuiti­na (Micron Editrice, Vigevano 2006).

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I “Pupazzi di pioggia” in libreria, trent’anni dopo Calvino

Gen­tili let­tri­ci e let­tori, siamo lieti di annun­cia­re l’uscita del dec­i­mo libro di Forme­bre­vi: Pupazzi di piog­giadi Bar­to­lo Anglani. Per lun­go tem­po lon­tano dal pub­bli­co, oggi è disponi­bile in una bel­lis­si­ma veste grafi­ca. Buona let­tura!

La tra­ma
Cinque per­son­ag­gi – un Sig­nore Irre­qui­eto, un mag­gior­do­mo chiam­a­to Domani, una Sig­no­ra Gras­sa, un Com­menda­tore Dis­trat­to, un Gio­vane Timi­do – si imbar­cano per un viag­gio di piacere e di avven­tu­ra su una nave gui­da­ta da un Cap­i­tano e gov­er­na­ta da un mari­naio di nome Per­fet­to Imbe­cille. Ma il piacere e le avven­ture non ven­gono, per­ché un Imp­ie­ga­to dell’Agenzia Viag­gi ha truc­ca­to l’itinerario e con le sue strane istruzioni costringe la nave ad errare sui mari. I per­son­ag­gi si rifu­giano allo­ra nel rac­con­to di avven­ture immag­i­nar­ie. Ma, appro­dati su una cos­ta sconosci­u­ta, dopo aver scop­er­to che i per­son­ag­gi del rac­con­to inven­ta­to – il Re Incer­to VII e sua moglie la Regi­na Giu­bilosa, insieme con molti altri più o meno sec­on­dari – esistono davvero, finis­cono per rimanere impli­cati nelle loro sto­rie.

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Di segui­to, è pos­si­bile leg­gere un bra­no trat­to dal­la post­fazione:

Trenta per fare cifra ton­da. A con­tar­li, qual­cuno di più. Com­in­ci­ai a com­porre i Pupazzi di piog­gia all’inizio degli anni Ottan­ta. In quell’epoca si scrive­va a mano, si bat­te­va a macchi­na, si cor­regge­va il dat­tilo­scrit­to, si rib­at­te­va… In certe ore del giorno e soprat­tut­to del­la notte non si pote­va lavo­rare per non dis­tur­bare vici­ni e famil­iari con il tic­chet­tìo dei tasti. Ave­vo ten­ta­to alcu­ni romanzi, pri­ma d’allora, e dopo aver ste­so un paio di capi­toli per cias­cuno mi ero sem­pre fer­ma­to. Ogni vol­ta mi ren­de­vo con­to che le pagine scritte non ave­vano alcun sen­so riconosci­bile ed era­no zeppe di citazioni di altri romanzi, di imi­tazioni, di orec­chi­a­men­ti. Evi­den­te­mente non ero ido­neo a creare un roman­zo vero e pro­prio. Dopo tre o quat­tro fal­li­men­ti, mi venne da pen­sare che tan­to val­e­va trarre par­ti­to da quei difet­ti, roves­cian­doli in oppor­tu­nità, e immag­i­nai un roman­zo che non solo non ave­va alcun sen­so ma si van­ta­va qua­si di non averne ed era costru­ito per gran parte con citazioni, dirette o indi­rette, da romanzi, rac­con­ti, rif­les­sioni altrui. Vis­to che non ero capace di uscire dai luoghi comu­ni, tan­to val­e­va intrec­cia­re una specie di sot­tisi­er che non si ver­gog­na­va di essere tale. In un émpi­to di autoe­saltazione feci il mio , ossia rac­con­tai l’incapacità di scri­vere e anzi di prog­ettare un roman­zo nel pieno sig­ni­fi­ca­to del­la paro­la in cui accadessero fat­ti, si muovessero per­son­ag­gi verosim­ili e il rac­con­to arrivasse dopo qualche peripezia a una qualche con­clu­sione. Tut­to si muove­va nel groviglio di una nos­tal­gia inap­p­a­ga­ta per un mon­do in cui le sto­rie era­no state sto­rie, i per­son­ag­gi era­no sta­ti per­son­ag­gi, i romanzi ave­vano avu­to un inizio, uno svol­gi­men­to e una con­clu­sione. Ave­vo trascor­so le migliori ore del­la mia vita, fin da bam­bi­no, immer­so nelle gran­di sto­rie dei gran­di scrit­tori, e non rius­ci­vo a capire per­ché improvvisa­mente quel mon­do si fos­se per­du­to e nes­suno più fos­se capace di ripro­durre quei mira­coli. Nes­sun nuo­vo Steven­son, nes­sun nuo­vo Mark Twain mi sti­mola­vano ormai a per­der­mi in una sto­ria fino a non per­cepire lo scor­rere del tem­po. Un prover­bio dice che a tavola non s’invecchia, ma io ho sem­pre saputo che è leggen­do che non si invec­chia per­ché durante la let­tura − a pat­to che essa sia capace di coin­vol­gere la total­ità dell’essere − il tem­po si fer­ma e anzi a volte arretra, e alla fine del libro il let­tore è diven­ta­to più gio­vane e certe volte è ridi­ven­ta­to bam­bi­no.
L’idea del tito­lo mi fu sug­geri­ta da una vignetta di Schulz in cui l’infernale Lucy chiede­va non ricor­do più a quale delle sue vit­time: «Hai mai prova­to a fare un pupaz­zo di piog­gia?» Mi venne in mente che la creazione di per­son­ag­gi veri o verosim­ili era un’operazione tal­mente dif­fi­cile da pot­er essere descrit­ta con quell’immagine: fare un pupaz­zo di piog­gia. Tut­ti son bravi a fare un pupaz­zo di neve: ma di piog­gia? Inca­pace com’ero di fab­bri­care veri pupazzi di piog­gia, avrei rac­con­ta­to la sto­ria di per­son­ag­gi rius­ci­ti a metà. Un bel giorno lessi il ban­do del pri­mo pre­mio Calvi­no. Con Ita­lo Calvi­no ave­vo avu­to un breve rap­por­to per l’edizione delle opere di Giammaria Ortes, ma ave­vo ritenu­to poco fine approf­ittare di quel­la conoscen­za acca­d­e­m­i­ca per amman­nir­gli la let­tura del mio roman­zo. Ero anche inti­mori­to del fat­to che Calvi­no, in un arti­co­lo appar­so sul­la «Repub­bli­ca» (e ora com­pre­so nel­la rac­col­ta delle sue opere) mi ave­va descrit­to, sen­za aver­mi mai incon­tra­to di per­sona, come una specie di eru­di­to appas­sion­a­to di scartafac­ci. E poi, pen­sa­vo, chissà quan­ti pac­chi di fogli riceve ogni giorno da aspi­ran­ti romanzieri! Per­ché aggiun­gere la mia tor­tu­ra alle altre? Dopo qualche mese il grande scrit­tore venne a man­care e il prob­le­ma si risolse bru­tal­mente e per sem­pre. Ma, quan­do sep­pi del con­cor­so inti­to­la­to a Calvi­no, decisi di parte­ci­pare con i miei Pupazzi, che inaspet­tata­mente entrarono in finale, con altri undi­ci romanzi, ma non ebbero il pre­mio per­ché quell’anno la giuria decise di non asseg­narlo. Così rimasi vinci­tore ex aequo in una com­pag­nia piut­tosto numerosa.

Un’immagine di Ita­lo Calvi­no

Alcu­ni edi­tori, incu­riosi­ti, vollero leg­gere l’opera e dopo qualche mese mi risposero tut­ti di non poter­lo pub­bli­care. Alcu­ni sen­ten­ziarono che il roman­zo era decisa­mente brut­to e incom­pren­si­bile, e mi con­sigliarono di rin­un­cia­re defin­i­ti­va­mente alla let­ter­atu­ra; altri trovarono lo scrit­to bel­lis­si­mo, arguto, iron­i­co, intel­li­gente ma, quan­to a pub­bli­car­lo, affer­marono dolen­ti che non rien­tra­va nei pro­gram­mi e nel pro­fi­lo del­la casa editrice. Nes­suno lo definì un’opera media e deco­rosa che con qualche ritoc­co edi­to­ri­ale sarebbe potu­to diventare accetta­bile: o porcheria o cap­ola­voro, sen­za mezzi ter­mi­ni. Tut­ti però si accor­da­vano nel dec­retare che era impos­si­bile pub­bli­car­lo.

 

L’autore

Bar­to­lo Anglani è sta­to docente di let­ter­a­ture com­para­te all’Università di Bari, e in tale veste ha pub­bli­ca­to numerosi volu­mi e sag­gi di crit­i­ca. Per tut­ta la vita ha colti­va­to la scrit­tura let­ter­aria. Ha com­pos­to e vis­to andare in sce­na due comme­die. Nel 2014 ha pub­bli­ca­to la rac­col­ta di rac­con­ti Cen­to modi per morire con l’editore Sti­lo di Bari. Il roman­zo Pupazzi di piog­gia entrò in finale al pri­mo Pre­mio Calvi­no. L’autore si è deciso a pub­bli­car­lo dopo più di trent’anni.

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Viviana Scarinci, La rottura dell’argine

La tragi­com­me­dia è un tipo di com­pon­i­men­to nel quale a vicende gravi e dolorose pro­prie del­la trage­dia fan­no con­trasto spun­ti e pro­ced­i­men­ti pro­pri del­la com­me­dia. Tale mescolan­za gen­era spes­so dei risul­tati sor­pren­den­ti sia dal pun­to di vista nar­ra­ti­vo che da quel­lo lin­guis­ti­co. Si inquadra in ques­ta modal­ità Anni­na tragi­com­i­ca, ter­zo libro di poe­sia di Viviana Scar­in­ci autrice tan­to poliedri­ca quan­to anti­con­ven­zionale. Nel­la poe­sia con­tenu­ta in questo suo ulti­mo libro Scar­in­ci vede una sor­ta di riven­di­cazione sui gener­is “la poe­sia può riven­di­care il dirit­to di ognuno ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspet­ta”. Anna, in ques­ta tragi­com­me­dia che si situa tra prosa e poe­sia, è l’altra da sé, in ogni caso un’identità fem­minile “in feb­brile atte­sa di tutte le parole che non sono state anco­ra pen­sate” per definir­la. “Parole che ven­gono dal bas­so, dall’esperienza che di pri­mo acchi­to è sem­pre muta, piut­tosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fat­to suo per­ché cod­i­fi­ca­to in modo ine­ludi­bile» scrive Scar­in­ci nel­la post fazione.


Come affer­ma Anna Maria Cur­ci nell’introduzione a questo libro: “Anni­na si oppone alla rin­un­cia e al sof­fo­ca­men­to, alla men­zogna trav­es­ti­ta con gale e mer­let­ti, al trafu­gare, per dis­trug­ger­li, i reper­ti. Sta, impert­er­ri­ta eppure con­sapev­ole del ris­chio fatale, «molto vici­no al bor­do», fru­ga, un po’ Antigone e pur sem­pre Anna (sorel­la Anna?) tra «queste alture brulle» e intan­to pen­sa «dovrebbe cer­care tra il coc­ciopesto, i des­ti­natari di ques­ta maledi­zione». Possiede, la sua ricer­ca, un fon­do e un fon­da­men­to prezioso, trascu­ra­to da molti: «Fre­mono gli ogget­ti spiati, sot­to l’universo che li igno­ra.» e, aggiun­go io, se la ridono di qual­si­asi cat­a­logazione, ché etichet­tar­li come “ver­si” o “prosa””. Quel­li di Scar­in­ci sono ver­si che denun­cian­do il loro con­tin­uo legame con la prosa e con la com­po­nente sag­gis­ti­ca che ha sem­pre con­trad­dis­tin­to la scrit­tura di ques­ta autrice, rac­con­tano da capo più di una vec­chia sto­ria ma cer­can­do parole nuove per dirla.

Viviana Scarinci: “Annina Tragicomica”, leggi e ascolta un estratto

I
L’investigazione sulle dinamiche sec­on­darie di un dis­pos­i­ti­vo rende tut­ti un po’ ner­vosi. Se tacete potete sen­tire per­sone che pur chiara­mente sforzan­dosi non riescono a dare l’impressione di appartenere a un grup­po. Per­sone non dis­poste a con­sen­tir­si un insieme rasseg­na­to a ver­ità sem­pre più trascur­abili.

II

Una chi­as­sa­ta e altre ostil­ità nel fes­ti­vo di chi­unque. La gab­bia, il con­tenu­to attra­ver­sa, che l’oggetto sé stes­so è vola­to e restare sig­nifi­ca, vici­ni che fos­si­mo, tentare l’eccezione dis­per­si­va e rig­orosa di trat­ten­er­ci.


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Aldo Ferraris: “Dal corpo di Psiche”, leggi e ascolta un estratto

Quan­do la piog­gia mormo­ra nuove preghiere
attra­ver­so le chiare navate delle mie mani
quan­do le foglie grat­tano il gri­gio delle nuv­ole
inci­den­do fes­sure azzurre come ferite
allo­ra non desidero che la voce del tuo cor­po
dolce come risac­ca di un mare dormiente
non desidero che il tepore del tuo ven­tre
col­mo dei doni di questo mio lun­go viag­gio.

Il per­cor­so che inseguo è quel­lo
del seme, il ras­pare di nuove radi­ci
come rami ai bat­ten­ti del cuore.
Il per­cor­so che scende nelle vene e sale
nei tronchi del respiro, prossi­mo
alla fior­it­u­ra di una nasci­ta anti­ca.
La via dove abban­donare la ragione
e rin­un­cia­re per sem­pre a se stes­si.

È la piog­gia che sca­va una cul­la in me
per le sta­gioni anco­ra da sco­prire,
da atten­dere sul­la soglia del mio cor­po
come ai bor­di di una grot­ta som­m­er­sa.
Ma le sta­gioni s‘incurvano sin den­tro
un altro deside­rio, sen­za l’inganno
del­la qui­ete, del riposo nel­la ragione.
E già si fa inver­no, dovunque, copioso.

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Aldo Ferraris, il mito e la poesia

aldo ferraris dal corpo di psiche

Con­frontar­si con il mito del deside­rio e del­la creazione, sig­nifi­ca immerg­er­si in tem­atiche che ripor­tano alla ripet­i­tiv­ità del­la natu­ra, alla immor­tal­ità di un flus­so vitale che nasce, vive, muore e tor­na a vivere con cir­co­lare onnipoten­za. Sig­nifi­ca con­frontar­si con il cor­po di Psiche, con la sua oscu­ra bellez­za che illu­mi­na le immag­i­ni del nos­tro incon­scio; con Deme­tra, scis­sa nelle tre forme di vergine, amante, madre, rap­p­re­sen­tate dalle dee Kore, Perse­fone, Ecate. Sig­nifi­ca porg­ere la poe­sia a servizio del con­cet­to di com­pi­utez­za cre­atrice, raf­fig­u­ra­ta nel luo­go dove si man­i­fes­ta silen­ziosa­mente, ma sig­nifi­ca anche con­frontar­si con il tema del­la fer­til­ità, del­la fem­minil­ità, dell’amore, del­la morte, con parole rac­chiuse nell’umiltà del­lo stu­pore.

L’Autore
Aldo Fer­raris
, nato nel 1951 a Novara, risiede sul­la Cos­ta Fle­grea. Ha pub­bli­ca­to le rac­colte di poe­sia: La cat­te­drale som­m­er­sa (Rebel­la­to, Quar­to d’Altino — 1978); Ven­tidue muta­men­ti dell’I KING (TAM TAM, Muli­no di Baz­zano — 1987); Man­tiche (Anterem, Verona — 1990); Cod­i­ci (Anterem, Verona — 1993); Horus, paro­la improvvisa (nell’antologia: 7 poeti del Pre­mio Mon­tale — Schei­willer, Milano — 1993) — quale uno dei vinci­tori del Pre­mio Mon­tale nel­la sezione inedi­ti; Grande cor­po (Anterem, Verona — 1997); Antichissi­ma figlia (La luna, Cupra Marit­ti­ma — 20

00 — con una inci­sione di Anto­nio Bat­tis­ti­ni); Aci­ni di piog­gia (Gaze­bo, Firen­ze — 2002); Nul­la sarà per­du­to (Archivi del ‘900, Milano — 2004 — Pre­mio Anto­nia Pozzi); Dan­za di nascite (Azimut, Roma — 2006); Immen­sa crea­tu­ra (Lieto­colle, Fal­lop­pio — 2008); L’ospite sul­la soglia (Raf­fael­li, Rim­i­ni — 2009); Molti­tu­dine (Sigis­mundus, Ascoli Piceno — 2013); Paro­la a me vic­i­na (Giu­liano Ladolfi Edi­tore — 2016).

E’ pre­sente nelle antolo­gie: Poeti ital­iani nati dopo il 1950, a cura di A. Spa­to­la (Cer­vo volante n. 15/16, 1983); Ante Rem — Scrit­ture di fine nove­cen­to (Verona, 1998); Così pregano i poeti (San Pao­lo, 2001); Vent’anni di poe­sia. 1982–2002 (Pas­sigli, 2000; Poe­sia in Piemonte e Valle d’Aosta (pun­toa­capo, 2012); Il fiore del­la poe­sia ital­iana (pun­toa­capo, 2016). Suoi testi sono appar­si, tra altre, sulle riv­iste: Anterem, Ate­lier, Capover­so, Gal­le­ria, Gradi­va, Hor­tus, La clessidra, La mosca di Milano, Le voci del­la luna, Niebo.

Fabrizio Strada, un esordio tra gli abissi del nero

La paro­la poet­i­ca apre alla percezione del mon­do nel­la dimen­sione di una tes­ti­mo­ni­an­za esperi­ta nel viag­gio ulte­ri­ore che attra­ver­sa il non det­to, la mate­ria e la sua negazione, nell’incessante ricer­ca per sco­prire un var­co che riv­eli il mis­tero dell’esistenza. In male aper­to è un viag­gio nell’altrove attra­ver­so le aper­ture del buio che incombe nel quo­tid­i­ano, “la sete degli sguar­di” che pre­po­tente tes­ti­mo­nia il decli­no dell’umano, in un silen­zio che si fa gri­do e tra­mon­to.

Fabrizio Strada: “In male aperto”. Leggi un estratto

Cav­al­lette di mol­lette

Domeni­ca 170.
Sono giorni che ti aspet­to nel vivaio di Stal­in.
Dì addio per sem­pre alla tua vita e vieni con me a fare il
fiore.
La pace è un mor­bo.
Qui invece fac­ciamo la guer­ra tut­ti i giorni
tra­volti dalle tem­peste di polline,
esausti, la sera rac­cogliamo i cor­pi dei nos­tri fratel­li
e ci addor­men­ti­amo sulle radi­ci,
come in un tor­rente di vene respiri­amo
la mate­ria dei nos­tri ante­nati.
L’unica vol­ta che ho accetta­to il vostro bene,
l’ostia è sce­sa di tra­ver­so,
apren­do un canale di con­quiste.

Implo­sione di cre­den­za

Cat­turo gli ele­men­ti
Le spezie più dol­ci
Il vino più nero
A tar­da sera
preparo la sce­na.