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Premio letterario Formebrevi — Seconda Edizione. Le immagini della premiazione

Sera­ta pie­na di entu­sia­smo, letu­re ed emo­zio­ni quel­la che si è tenu­ta alla sala degli ora­to­ri di palaz­zo Mon­ca­da a Cal­ta­nis­set­ta, in occa­sio­ne del­la ceri­mo­nia di pre­mia­zio­ne del­la secon­da edi­zio­ne del Pre­mio Let­te­ra­rio For­me­bre­vi. Alla ceri­mo­nia era­no pre­sen­ti gli auto­ri pre­mia­ti, Maria Lo Con­ti, Elia­na Ior­fi­da e Alfon­so Len­ti­ni, l’assessore alla Crea­ti­vi­tà e Par­te­ci­pa­zio­ne del Comu­ne di Cal­ta­nis­set­ta, Arch. Pasqua­le Tor­na­to­re, i ragaz­zi dell’Associazione “Tra le righe” e i par­te­ci­pan­ti alla pri­ma gior­na­ta di for­ma­zio­ne incen­tra­ta su let­tu­ra e scrit­tu­ra crea­ti­va, tenu­ta­si gior­no 26 otto­bre nel­lo stes­so luo­go. Il pub­bli­co ha par­te­ci­pa­to atti­va­men­te alla pre­mia­zio­ne, dan­do vita a momen­ti di inte­ra­zio­ne e dia­lo­go con gli auto­ri e facen­do emer­ge­re l’importanza del­la let­tu­ra qua­le stru­men­to di cre­sci­ta cul­tu­ra­le e socia­le.
Ecco alcu­ne imma­gi­ni del­la pre­mia­zio­ne.

Alessandro Ghignoli, Lenta strana cosa

Len­ta Stra­na Cosa di Ales­san­dro Ghi­gno­li è la dodi­ce­si­ma ope­ra pub­bli­ca­ta dall’Associazione For­me­bre­vi nel suo pro­get­to di ricer­ca del­le qua­li­tà let­te­ra­rie non con­ven­zio­na­li che pren­de il nome di For­me­bre­vi Edi­zio­ni.

In que­sta sua ope­ra l’autore ci pre­sen­ta una scrit­tu­ra in pro­sa che cat­tu­ra la mol­te­pli­ci­tà del dive­ni­re, la plu­ra­li­tà che voci che abi­ta il per­so­nag­gio e le sue rap­pre­sen­ta­zio­ni, l’altro-da-sé che si con­cre­tiz­za nel­le rela­zio­ni tra i mol­te­pli­ci logos del­la for­ma dia­lo­gi­ca. Ma non è la logi­ca linea­re a det­ta­re il sus­se­guir­si degli even­ti, ma una cir­co­la­ri­tà com­ples­sa che ci invi­ta ad osser­va­re le cose da pun­ti di vista dif­fe­ren­ti, a par­ti­re da noi stes­si qua­li sog­get­ti che osser­va­no, per arri­va­re a noi stes­si qua­li ogget­to dell’osservazione: come un sogno che si ripe­te, sem­pre lo stes­so, un epi­lo­go già vis­su­to e cono­sciu­to, eter­na repli­ca mai con­su­ma­ta.

Scri­ve l’autore:  «Non cre­do nel­la sto­ria, nel flui­re linea­re degli acca­di­men­ti, nel loro svol­ger­si natu­ra­le, nell’azione con­ca­te­na­ta, nei gesti che nasco­no da altri gesti. Ho sem­pre pen­sa­to che il vive­re non sia una nar­ra­ti­va, ma un sus­se­guir­si di pia­ni su pia­ni su pia­ni sovrap­po­sti, for­se così andreb­be let­to Len­ta stra­na cosa. Non è un roman­zo su di me, non è me, è tut­ti gli altri me, i per­so­nag­gi che abi­ta­no il per­so­nag­gio, il loro discor­re­re, il loro scor­re­re tra pen­sie­ri e inciam­pi e paro­le lascia­te al let­to­re, e quel­le non scrit­te, mai det­te, lascia­te al let­to­re, lascia­te tra ‘Pro­lo­go’ ed ‘Epi­lo­go’; in quel­lo spa­zio, che man­ca ed è, altri pia­ni altri dire. Lì, c’è la scrit­tu­ra, se di scri­ve­re si trat­ta, se scri­ve­re è rico­strui­re il mon­do nei mon­di, con le paro­le oltre ogni anco­ra».

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L’autore

Ales­san­dro Ghi­gno­li (Pesa­ro 1967), ha pub­bli­ca­to in pro­sa Silen­zio ros­so (2003) e in poe­sia La pros­si­ma impron­ta (1999), Fabu­lo­si par­la­ri (2006), Ama­ro­re (2009) Pre­mio Loren­zo Mon­ta­no 2010, La tra­smu­tan­za (2014) e diver­se mono­gra­fie sul­la let­te­ra­tu­ra e sul­la tra­du­zio­ne, ricor­dia­mo Un diá­lo­go trans­poé­ti­co. Con­fluen­cias entre poe­sía españo­la e ita­lia­na (1939–1989) (2009), La comu­ni­ca­zio­ne in poe­sia. Aspet­ti com­pa­ra­ti­vi nel Nove­cen­to spa­gno­lo (2013), La pala­bra ilu­sa. Trans­co­di­fi­ca­cio­nes de van­guar­dia en Ita­lia (2014). Ha cura­to e tra­dot­to volu­mi di poe­ti spa­gno­li e ispa­noa­me­ri­ca­ni, tra i qua­li José Hier­ro, Luis Gar­cía Mon­te­ro, Juan Gel­man e Hugo Muji­ca. Col­la­bo­ra con rivi­ste acca­de­mi­che, ed è docen­te uni­ver­si­ta­rio.

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Vito Giuliana, Rosso colore di rosa carnale

La poe­sia è stru­men­to di paro­la. Paro­la che indu­ce ad apri­re, sca­va­re den­tro le cose, nel loro rive­lar­si al poe­ta attra­ver­so il suo dire; paro­la che è alte­ri­tà, for­ma e muta­men­to, aper­tu­ra che rive­la. Ros­so colo­re di rosa car­na­le è un viag­gio attra­ver­so la paro­la nel suo far­si muta­men­to, a par­ti­re dal nome che segna dal prin­ci­pio il pro­ce­de­re del­la scrit­tu­ra: è il tem­po che scor­re la sostan­za che per­mea l’opera di Giu­lia­na, l’inesorabile muta­re, nel ten­ta­ti­vo del­la paro­la di acce­de­re all’immagine dischiu­sa, tra i det­ta­gli del­la mate­ria che il poe­ta rie­la­bo­ra nel­la fun­zio­ne dell’agire liri­co. Già a par­ti­re dal tito­lo dell’opera, un ende­ca­sil­la­bo per­fet­to, il poe­ta invi­ta il let­to­re ad adden­trar­si in un uni­ver­so solo appa­ren­te­men­te costrui­to in pro­sa, una dire che invo­ca ed esplo­ra le for­me del­la poe­sia. Da diver­so tem­po, con il pro­get­to edi­to­ria­le For­me­bre­vi abbia­mo avvia­to un per­cor­so di ricer­ca di quel­le che ci pia­ce chia­ma­re scrit­tu­re non con­ven­zio­na­li, pro­prio per­ché non il linea con il sen­ti­re comu­ne: non è il con­te­ni­to­re a fare il con­te­nu­to; è del dire poe­ti­co che biso­gna par­la­re, quan­do si par­la di poe­sia, al di là dal­la for­ma che que­sto assu­me, e con la sua ope­ra Giu­lia­na incar­na pie­na­men­te que­sto con­cet­to, alter­nan­do all’immagine sta­ti­ca del­la pro­sa la dimen­sio­ne del ver­so poe­ti­co, a par­ti­re dal­le rime inter­ne, in un gio­co di riman­di e incro­ci, suo­ni e rit­mi del­la ver­si­f­ca­zio­ne, un anda­re oltre che il poe­ta rive­la, al di là del fsso e immu­ta­bi­le cri­stal­liz­zar­si nel­la for­ma, in un elo­gio del can­to di un io liri­co aper­to al disve­la­men­to. Ci pia­ce pen­sa­re all’opera di Vito Giu­lia­na come a una cele­bra­zio­ne del­la paro­la poe­ti­ca nel suo vestir­si di pro­sa, poe­sia che è lì nel bloc­co geo­me­tri­co del testo che s’agita al rumo­re del­le imma­gi­ni, a vole­re sve­glia­re il son­no pro­fon­do del­la musa, invo­ca­ta e ama­ta, paro­la che descri­ve una for­ma in dive­ni­re, nel suo far­si altro dall’immobile: «nell’ondeggiare, nel tuo muto can­ta­re, nel ven­to pet­ti­na­re su fon­da auro­ra di foglie, sul conf­ne d’un blu che pre­lu­de alla not­te». È nel­la pos­si­bi­li­tà del­la paro­la di rac­co­glie­re tale cam­bia­men­to che il poe­ta rin­vie­ne il nucleo del­la poe­sia, la sua instan­ca­bi­le lita­nia, il  muta­re del­le cose in un «nero not­tur­no di spi­ne».
Paro­la che ci invi­ta a riflet­te­re, adden­trar­ci tra le pos­si­bi­li­tà che ogni pen­sie­ro o ricor­do pro­du­ce.

(Dal­la post­fa­zio­ne al libro, a cura di Gio­van­ni Dumi­nu­co)

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L’autore

Vito Giu­lia­na nasce a Cam­po­bel­lo di Lica­ta (AG) nel 1952. Si lau­rea in let­te­re moder­ne all’Università di Pavia. Dal 1960 vive a Vige­va­no,  dove ha inse­gna­to mate­rie let­te­ra­rie in un isti­tu­to tec­ni­co. E’ sta­to redat­to­re del­la rivi­sta di ricer­ca let­te­ra­ria Ante­rem di Vero­na. Ha pub­bli­ca­to testi di poe­sia e di pro­sa poe­ti­ca sul­le seguen­ti rivi­ste: Alfa­be­ta, Tem­po sen­si­bi­le, Alla bot­te­ga, Sche­ma, Ante­rem. Suoi testi sono usci­ti in diver­se anto­lo­gie. Ha pub­bli­ca­to i volu­mi Atlan­te (Cor­po 10, Mila­no, 1990), Di altre geo­gra­fie (Ante­rem, Vero­na, 1990), Cata­lo­go (Ante­rem, Vero­na, 1992), Luna­rio (El bagatt, Ber­ga­mo, 1993); Mira­bi­lia (Man­ni, Lec­ce, 2000); Sta­ti in luo­go (Book, Bolo­gna, 2000); Paro­li a lu vien­tu  (Edi­zio­ni Isti­tu­to di Cul­tu­ra Popo­la­re, Cian­cia­na, 2004); La fui­ti­na (Micron Edi­tri­ce, Vige­va­no 2006).

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I “Pupazzi di pioggia” in libreria, trent’anni dopo Calvino

Gen­ti­li let­tri­ci e let­to­ri, sia­mo lie­ti di annun­cia­re l’uscita del deci­mo libro di For­me­bre­vi: Pupaz­zi di piog­giadi Bar­to­lo Angla­ni. Per lun­go tem­po lon­ta­no dal pub­bli­co, oggi è dispo­ni­bi­le in una bel­lis­si­ma veste gra­fi­ca. Buo­na let­tu­ra!

La tra­ma
Cin­que per­so­nag­gi – un Signo­re Irre­quie­to, un mag­gior­do­mo chia­ma­to Doma­ni, una Signo­ra Gras­sa, un Com­men­da­to­re Distrat­to, un Gio­va­ne Timi­do – si imbar­ca­no per un viag­gio di pia­ce­re e di avven­tu­ra su una nave gui­da­ta da un Capi­ta­no e gover­na­ta da un mari­na­io di nome Per­fet­to Imbe­cil­le. Ma il pia­ce­re e le avven­tu­re non ven­go­no, per­ché un Impie­ga­to dell’Agenzia Viag­gi ha truc­ca­to l’itinerario e con le sue stra­ne istru­zio­ni costrin­ge la nave ad erra­re sui mari. I per­so­nag­gi si rifu­gia­no allo­ra nel rac­con­to di avven­tu­re imma­gi­na­rie. Ma, appro­da­ti su una costa sco­no­sciu­ta, dopo aver sco­per­to che i per­so­nag­gi del rac­con­to inven­ta­to – il Re Incer­to VII e sua moglie la Regi­na Giu­bi­lo­sa, insie­me con mol­ti altri più o meno secon­da­ri – esi­sto­no dav­ve­ro, fini­sco­no per rima­ne­re impli­ca­ti nel­le loro sto­rie.

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Di segui­to, è pos­si­bi­le leg­ge­re un bra­no trat­to dal­la post­fa­zio­ne:

Tren­ta per fare cifra ton­da. A con­tar­li, qual­cu­no di più. Comin­ciai a com­por­re i Pupaz­zi di piog­gia all’inizio degli anni Ottan­ta. In quell’epoca si scri­ve­va a mano, si bat­te­va a mac­chi­na, si cor­reg­ge­va il dat­ti­lo­scrit­to, si ribat­te­va… In cer­te ore del gior­no e soprat­tut­to del­la not­te non si pote­va lavo­ra­re per non distur­ba­re vici­ni e fami­lia­ri con il tic­chet­tìo dei tasti. Ave­vo ten­ta­to alcu­ni roman­zi, pri­ma d’allora, e dopo aver ste­so un paio di capi­to­li per cia­scu­no mi ero sem­pre fer­ma­to. Ogni vol­ta mi ren­de­vo con­to che le pagi­ne scrit­te non ave­va­no alcun sen­so rico­no­sci­bi­le ed era­no zep­pe di cita­zio­ni di altri roman­zi, di imi­ta­zio­ni, di orec­chia­men­ti. Evi­den­te­men­te non ero ido­neo a crea­re un roman­zo vero e pro­prio. Dopo tre o quat­tro fal­li­men­ti, mi ven­ne da pen­sa­re che tan­to vale­va trar­re par­ti­to da quei difet­ti, rove­scian­do­li in oppor­tu­ni­tà, e imma­gi­nai un roman­zo che non solo non ave­va alcun sen­so ma si van­ta­va qua­si di non aver­ne ed era costrui­to per gran par­te con cita­zio­ni, diret­te o indi­ret­te, da roman­zi, rac­con­ti, rifles­sio­ni altrui. Visto che non ero capa­ce di usci­re dai luo­ghi comu­ni, tan­to vale­va intrec­cia­re una spe­cie di sot­ti­sier che non si ver­go­gna­va di esse­re tale. In un émpi­to di autoe­sal­ta­zio­ne feci il mio , ossia rac­con­tai l’incapacità di scri­ve­re e anzi di pro­get­ta­re un roman­zo nel pie­no signi­fi­ca­to del­la paro­la in cui acca­des­se­ro fat­ti, si muo­ves­se­ro per­so­nag­gi vero­si­mi­li e il rac­con­to arri­vas­se dopo qual­che peri­pe­zia a una qual­che con­clu­sio­ne. Tut­to si muo­ve­va nel gro­vi­glio di una nostal­gia inap­pa­ga­ta per un mon­do in cui le sto­rie era­no sta­te sto­rie, i per­so­nag­gi era­no sta­ti per­so­nag­gi, i roman­zi ave­va­no avu­to un ini­zio, uno svol­gi­men­to e una con­clu­sio­ne. Ave­vo tra­scor­so le miglio­ri ore del­la mia vita, fin da bam­bi­no, immer­so nel­le gran­di sto­rie dei gran­di scrit­to­ri, e non riu­sci­vo a capi­re per­ché improv­vi­sa­men­te quel mon­do si fos­se per­du­to e nes­su­no più fos­se capa­ce di ripro­dur­re quei mira­co­li. Nes­sun nuo­vo Ste­ven­son, nes­sun nuo­vo Mark Twain mi sti­mo­la­va­no ormai a per­der­mi in una sto­ria fino a non per­ce­pi­re lo scor­re­re del tem­po. Un pro­ver­bio dice che a tavo­la non s’invecchia, ma io ho sem­pre sapu­to che è leg­gen­do che non si invec­chia per­ché duran­te la let­tu­ra − a pat­to che essa sia capa­ce di coin­vol­ge­re la tota­li­tà dell’essere − il tem­po si fer­ma e anzi a vol­te arre­tra, e alla fine del libro il let­to­re è diven­ta­to più gio­va­ne e cer­te vol­te è ridi­ven­ta­to bam­bi­no.
L’idea del tito­lo mi fu sug­ge­ri­ta da una vignet­ta di Schulz in cui l’infernale Lucy chie­de­va non ricor­do più a qua­le del­le sue vit­ti­me: «Hai mai pro­va­to a fare un pupaz­zo di piog­gia?» Mi ven­ne in men­te che la crea­zio­ne di per­so­nag­gi veri o vero­si­mi­li era un’operazione tal­men­te dif­fi­ci­le da poter esse­re descrit­ta con quell’immagine: fare un pupaz­zo di piog­gia. Tut­ti son bra­vi a fare un pupaz­zo di neve: ma di piog­gia? Inca­pa­ce com’ero di fab­bri­ca­re veri pupaz­zi di piog­gia, avrei rac­con­ta­to la sto­ria di per­so­nag­gi riu­sci­ti a metà. Un bel gior­no les­si il ban­do del pri­mo pre­mio Cal­vi­no. Con Ita­lo Cal­vi­no ave­vo avu­to un bre­ve rap­por­to per l’edizione del­le ope­re di Giam­ma­ria Ortes, ma ave­vo rite­nu­to poco fine appro­fit­ta­re di quel­la cono­scen­za acca­de­mi­ca per amman­nir­gli la let­tu­ra del mio roman­zo. Ero anche inti­mo­ri­to del fat­to che Cal­vi­no, in un arti­co­lo appar­so sul­la «Repub­bli­ca» (e ora com­pre­so nel­la rac­col­ta del­le sue ope­re) mi ave­va descrit­to, sen­za aver­mi mai incon­tra­to di per­so­na, come una spe­cie di eru­di­to appas­sio­na­to di scar­ta­fac­ci. E poi, pen­sa­vo, chis­sà quan­ti pac­chi di fogli rice­ve ogni gior­no da aspi­ran­ti roman­zie­ri! Per­ché aggiun­ge­re la mia tor­tu­ra alle altre? Dopo qual­che mese il gran­de scrit­to­re ven­ne a man­ca­re e il pro­ble­ma si risol­se bru­tal­men­te e per sem­pre. Ma, quan­do sep­pi del con­cor­so inti­to­la­to a Cal­vi­no, deci­si di par­te­ci­pa­re con i miei Pupaz­zi, che ina­spet­ta­ta­men­te entra­ro­no in fina­le, con altri undi­ci roman­zi, ma non ebbe­ro il pre­mio per­ché quell’anno la giu­ria deci­se di non asse­gnar­lo. Così rima­si vin­ci­to­re ex aequo in una com­pa­gnia piut­to­sto nume­ro­sa.

Un’immagine di Ita­lo Cal­vi­no

Alcu­ni edi­to­ri, incu­rio­si­ti, vol­le­ro leg­ge­re l’opera e dopo qual­che mese mi rispo­se­ro tut­ti di non poter­lo pub­bli­ca­re. Alcu­ni sen­ten­zia­ro­no che il roman­zo era deci­sa­men­te brut­to e incom­pren­si­bi­le, e mi con­si­glia­ro­no di rinun­cia­re defi­ni­ti­va­men­te alla let­te­ra­tu­ra; altri tro­va­ro­no lo scrit­to bel­lis­si­mo, argu­to, iro­ni­co, intel­li­gen­te ma, quan­to a pub­bli­car­lo, affer­ma­ro­no dolen­ti che non rien­tra­va nei pro­gram­mi e nel pro­fi­lo del­la casa edi­tri­ce. Nes­su­no lo defi­nì un’opera media e deco­ro­sa che con qual­che ritoc­co edi­to­ria­le sareb­be potu­to diven­ta­re accet­ta­bi­le: o por­che­ria o capo­la­vo­ro, sen­za mez­zi ter­mi­ni. Tut­ti però si accor­da­va­no nel decre­ta­re che era impos­si­bi­le pub­bli­car­lo.

 

L’autore

Bar­to­lo Angla­ni è sta­to docen­te di let­te­ra­tu­re com­pa­ra­te all’Università di Bari, e in tale veste ha pub­bli­ca­to nume­ro­si volu­mi e sag­gi di cri­ti­ca. Per tut­ta la vita ha col­ti­va­to la scrit­tu­ra let­te­ra­ria. Ha com­po­sto e visto anda­re in sce­na due com­me­die. Nel 2014 ha pub­bli­ca­to la rac­col­ta di rac­con­ti Cen­to modi per mori­re con l’editore Sti­lo di Bari. Il roman­zo Pupaz­zi di piog­gia entrò in fina­le al pri­mo Pre­mio Cal­vi­no. L’autore si è deci­so a pub­bli­car­lo dopo più di trent’anni.

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Viviana Scarinci, La rottura dell’argine

La tra­gi­com­me­dia è un tipo di com­po­ni­men­to nel qua­le a vicen­de gra­vi e dolo­ro­se pro­prie del­la tra­ge­dia fan­no con­tra­sto spun­ti e pro­ce­di­men­ti pro­pri del­la com­me­dia. Tale mesco­lan­za gene­ra spes­so dei risul­ta­ti sor­pren­den­ti sia dal pun­to di vista nar­ra­ti­vo che da quel­lo lin­gui­sti­co. Si inqua­dra in que­sta moda­li­tà Anni­na tra­gi­co­mi­ca, ter­zo libro di poe­sia di Vivia­na Sca­rin­ci autri­ce tan­to polie­dri­ca quan­to anti­con­ven­zio­na­le. Nel­la poe­sia con­te­nu­ta in que­sto suo ulti­mo libro Sca­rin­ci vede una sor­ta di riven­di­ca­zio­ne sui gene­ris “la poe­sia può riven­di­ca­re il dirit­to di ognu­no ad ascol­ta­re paro­le diver­se da quel­le che si aspet­ta”. Anna, in que­sta tra­gi­com­me­dia che si situa tra pro­sa e poe­sia, è l’altra da sé, in ogni caso un’identità fem­mi­ni­le “in feb­bri­le atte­sa di tut­te le paro­le che non sono sta­te anco­ra pen­sa­te” per defi­nir­la. “Paro­le che ven­go­no dal bas­so, dall’esperienza che di pri­mo acchi­to è sem­pre muta, piut­to­sto che dall’alto, di uno sco­po o da un sape­re che sa già il fat­to suo per­ché codi­fi­ca­to in modo ine­lu­di­bi­le» scri­ve Sca­rin­ci nel­la post fazio­ne.


Come affer­ma Anna Maria Cur­ci nell’introduzione a que­sto libro: “Anni­na si oppo­ne alla rinun­cia e al sof­fo­ca­men­to, alla men­zo­gna tra­ve­sti­ta con gale e mer­let­ti, al tra­fu­ga­re, per distrug­ger­li, i reper­ti. Sta, imper­ter­ri­ta eppu­re con­sa­pe­vo­le del rischio fata­le, «mol­to vici­no al bor­do», fru­ga, un po’ Anti­go­ne e pur sem­pre Anna (sorel­la Anna?) tra «que­ste altu­re brul­le» e intan­to pen­sa «dovreb­be cer­ca­re tra il coc­cio­pe­sto, i desti­na­ta­ri di que­sta male­di­zio­ne». Pos­sie­de, la sua ricer­ca, un fon­do e un fon­da­men­to pre­zio­so, tra­scu­ra­to da mol­ti: «Fre­mo­no gli ogget­ti spia­ti, sot­to l’universo che li igno­ra.» e, aggiun­go io, se la rido­no di qual­sia­si cata­lo­ga­zio­ne, ché eti­chet­tar­li come “ver­si” o “pro­sa””. Quel­li di Sca­rin­ci sono ver­si che denun­cian­do il loro con­ti­nuo lega­me con la pro­sa e con la com­po­nen­te sag­gi­sti­ca che ha sem­pre con­trad­di­stin­to la scrit­tu­ra di que­sta autri­ce, rac­con­ta­no da capo più di una vec­chia sto­ria ma cer­can­do paro­le nuo­ve per dir­la.

Viviana Scarinci: “Annina Tragicomica”, leggi e ascolta un estratto

I
L’investigazione sul­le dina­mi­che secon­da­rie di un dispo­si­ti­vo ren­de tut­ti un po’ ner­vo­si. Se tace­te pote­te sen­ti­re per­so­ne che pur chia­ra­men­te sfor­zan­do­si non rie­sco­no a dare l’impressione di appar­te­ne­re a un grup­po. Per­so­ne non dispo­ste a con­sen­tir­si un insie­me ras­se­gna­to a veri­tà sem­pre più tra­scu­ra­bi­li.

II

Una chias­sa­ta e altre osti­li­tà nel festi­vo di chiun­que. La gab­bia, il con­te­nu­to attra­ver­sa, che l’oggetto sé stes­so è vola­to e resta­re signi­fi­ca, vici­ni che fos­si­mo, ten­ta­re l’eccezione disper­si­va e rigo­ro­sa di trat­te­ner­ci.


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Aldo Ferraris: “Dal corpo di Psiche”, leggi e ascolta un estratto

Quan­do la piog­gia mor­mo­ra nuo­ve pre­ghie­re
attra­ver­so le chia­re nava­te del­le mie mani
quan­do le foglie grat­ta­no il gri­gio del­le nuvo­le
inci­den­do fes­su­re azzur­re come feri­te
allo­ra non desi­de­ro che la voce del tuo cor­po
dol­ce come risac­ca di un mare dor­mien­te
non desi­de­ro che il tepo­re del tuo ven­tre
col­mo dei doni di que­sto mio lun­go viag­gio.

Il per­cor­so che inse­guo è quel­lo
del seme, il raspa­re di nuo­ve radi­ci
come rami ai bat­ten­ti del cuo­re.
Il per­cor­so che scen­de nel­le vene e sale
nei tron­chi del respi­ro, pros­si­mo
alla fio­ri­tu­ra di una nasci­ta anti­ca.
La via dove abban­do­na­re la ragio­ne
e rinun­cia­re per sem­pre a se stes­si.

È la piog­gia che sca­va una cul­la in me
per le sta­gio­ni anco­ra da sco­pri­re,
da atten­de­re sul­la soglia del mio cor­po
come ai bor­di di una grot­ta som­mer­sa.
Ma le sta­gio­ni s‘incurvano sin den­tro
un altro desi­de­rio, sen­za l’inganno
del­la quie­te, del ripo­so nel­la ragio­ne.
E già si fa inver­no, dovun­que, copio­so.

Per acqui­sta­re il libro, visi­ta il nostro cata­lo­go

Aldo Ferraris, il mito e la poesia

Con­fron­tar­si con il mito del desi­de­rio e del­la crea­zio­ne, signi­fi­ca immer­ger­si in tema­ti­che che ripor­ta­no alla ripe­ti­ti­vi­tà del­la natu­ra, alla immor­ta­li­tà di un flus­so vita­le che nasce, vive, muo­re e tor­na a vive­re con cir­co­la­re onni­po­ten­za. Signi­fi­ca con­fron­tar­si con il cor­po di Psi­che, con la sua oscu­ra bel­lez­za che illu­mi­na le imma­gi­ni del nostro incon­scio; con Deme­tra, scis­sa nel­le tre for­me di ver­gi­ne, aman­te, madre, rap­pre­sen­ta­te dal­le dee Kore, Per­se­fo­ne, Eca­te. Signi­fi­ca por­ge­re la poe­sia a ser­vi­zio del con­cet­to di com­piu­tez­za crea­tri­ce, raf­fi­gu­ra­ta nel luo­go dove si mani­fe­sta silen­zio­sa­men­te, ma signi­fi­ca anche con­fron­tar­si con il tema del­la fer­ti­li­tà, del­la fem­mi­ni­li­tà, dell’amore, del­la mor­te, con paro­le rac­chiu­se nell’umiltà del­lo stu­po­re.

L’Autore
Aldo Fer­ra­ris
, nato nel 1951 a Nova­ra, risie­de sul­la Costa Fle­grea. Ha pub­bli­ca­to le rac­col­te di poe­sia: La cat­te­dra­le som­mer­sa (Rebel­la­to, Quar­to d’Altino — 1978); Ven­ti­due muta­men­ti dell’I KING (TAM TAM, Muli­no di Baz­za­no — 1987); Man­ti­che (Ante­rem, Vero­na — 1990); Codi­ci (Ante­rem, Vero­na — 1993); Horus, paro­la improv­vi­sa (nell’antologia: 7 poe­ti del Pre­mio Mon­ta­le — Schei­wil­ler, Mila­no — 1993) — qua­le uno dei vin­ci­to­ri del Pre­mio Mon­ta­le nel­la sezio­ne ine­di­ti; Gran­de cor­po (Ante­rem, Vero­na — 1997); Anti­chis­si­ma figlia (La luna, Cupra Marit­ti­ma — 2000 — con una inci­sio­ne di Anto­nio Bat­ti­sti­ni); Aci­ni di piog­gia (Gaze­bo, Firen­ze — 2002); Nul­la sarà per­du­to (Archi­vi del ‘900, Mila­no — 2004 — Pre­mio Anto­nia Poz­zi); Dan­za di nasci­te (Azi­mut, Roma — 2006); Immen­sa crea­tu­ra (Lie­to­col­le, Fal­lop­pio — 2008); L’ospite sul­la soglia (Raf­fael­li, Rimi­ni — 2009); Mol­ti­tu­di­ne (Sigi­smun­dus, Asco­li Pice­no — 2013); Paro­la a me vici­na (Giu­lia­no Ladol­fi Edi­to­re — 2016). E’ pre­sen­te nel­le anto­lo­gie: Poe­ti ita­lia­ni nati dopo il 1950, a cura di A. Spa­to­la (Cer­vo volan­te n. 15/16, 1983); Ante Rem — Scrit­tu­re di fine nove­cen­to (Vero­na, 1998); Così pre­ga­no i poe­ti (San Pao­lo, 2001); Vent’anni di poe­sia. 1982–2002 (Pas­si­gli, 2000; Poe­sia in Pie­mon­te e Val­le d’Aosta (pun­toa­ca­po, 2012); Il fio­re del­la poe­sia ita­lia­na (pun­toa­ca­po, 2016). Suoi testi sono appar­si, tra altre, sul­le rivi­ste: Ante­rem, Ate­lier, Capo­ver­so, Gal­le­ria, Gra­di­va, Hor­tus, La cles­si­dra, La mosca di Mila­no, Le voci del­la luna, Nie­bo.

Fabrizio Strada, un esordio tra gli abissi del nero

La paro­la poe­ti­ca apre alla per­ce­zio­ne del mon­do nel­la dimen­sio­ne di una testi­mo­nian­za espe­ri­ta nel viag­gio ulte­rio­re che attra­ver­sa il non det­to, la mate­ria e la sua nega­zio­ne, nell’incessante ricer­ca per sco­pri­re un var­co che rive­li il miste­ro dell’esistenza. In male aper­to è un viag­gio nell’altrove attra­ver­so le aper­tu­re del buio che incom­be nel quo­ti­dia­no, “la sete degli sguar­di” che pre­po­ten­te testi­mo­nia il decli­no dell’umano, in un silen­zio che si fa gri­do e tra­mon­to.

Fabrizio Strada: “In male aperto”. Leggi un estratto

Caval­let­te di mol­let­te

Dome­ni­ca 170.
Sono gior­ni che ti aspet­to nel viva­io di Sta­lin.
Dì addio per sem­pre alla tua vita e vie­ni con me a fare il
fio­re.
La pace è un mor­bo.
Qui inve­ce fac­cia­mo la guer­ra tut­ti i gior­ni
tra­vol­ti dal­le tem­pe­ste di pol­li­ne,
esau­sti, la sera rac­co­glia­mo i cor­pi dei nostri fra­tel­li
e ci addor­men­tia­mo sul­le radi­ci,
come in un tor­ren­te di vene respi­ria­mo
la mate­ria dei nostri ante­na­ti.
L’unica vol­ta che ho accet­ta­to il vostro bene,
l’ostia è sce­sa di tra­ver­so,
apren­do un cana­le di con­qui­ste.

Implo­sio­ne di cre­den­za

Cat­tu­ro gli ele­men­ti
Le spe­zie più dol­ci
Il vino più nero
A tar­da sera
pre­pa­ro la sce­na.